martedì 10 febbraio 2015

Lo strano caso della deforestazione: in Europa nascono più alberi di quanti ne vengono abbattuti - Intervista a Francesco Pettinà

Deforestazione


Il futuro del nostro pianeta passa anche dalla salvaguardia delle foreste. Esse sono polmoni della Terra e custodi della biodiversità. Ma per comprendere a fondo il ruolo della deforestazione nei confronti della sostenibilità ambientale, ci siamo rivolti ad un esperto del settore.
Di seguito, dunque, l’intervista a Francesco Pettinà, docente di Geopedologia, Economia ed Estimo, sulla funzione delle foreste nel mondo e sulla loro salvaguardia.

Prima domanda

Noi sappiamo che lei gestisce un blog molto interessante sugli alberi. Potrebbe dirci quanto sono importanti questi esseri viventi per la vita sulla terra?

Il ruolo degli alberi e delle piante tutte per la vita sul nostro pianeta è fondamentale. Grazie alla fotosintesi clorofilliana, alberi e piante combinano insieme l'anidride carbonica dell'atmosfera e l'acqua prelevata dal terreno per produrre, utilizzando l'energia luminosa del sole, ossigeno ed uno zucchero che verrà poi trasformato, aggiungendo semplici elementi minerali presi insieme all'acqua dal terreno, nelle sostanze organiche di cui la pianta ha bisogno. Tutto l'ossigeno presente nell'atmosfera, è stato prodotto in questo modo, grazie alle piante. Non solo, l'assorbimento dell'anidride carbonica per far funzionare la fotosintesi, contribuisce in misura fondamentale al mantenimento dell'equilibrio di questo gas, essenziale in giusta quantità per la sopravvivenza della vita sul pianeta. La sostanza organica prodotta ed incamerata negli organismi vegetali, sarà poi il nutrimento di tutti gli altri esseri viventi, circolando attraverso la catena alimentare. In questo senso, piante ed alberi sono gli attori del miracolo della trasformazione della non vita in vita. Da un altro punto di vista, gli alberi sono stati elemento fondamentale per lo sviluppo delle società umane, fornendo alimenti, riparo, combustibile, medicamenti, materiale di base per la realizzazione di ogni genere di oggetti. Dalla culla alla bara, il legno accompagna la vita dell'uomo, recita un vecchio detto. Infine, gli alberi sono fondamentali nel ciclo dell'acqua, nella determinazione del clima, e nella stabilità idrogeologica.
La Natura è un insieme di parti interconnesse ed interdipendenti, per cui a mio modo di vedere non ha senso gerarchizzare le parti che la compongono. Di certo, l'uomo senza gli alberi non potrebbe materialmente vivere, mentre gli alberi potrebbero benissimo fare a meno dell'uomo.



Seconda domanda

Secondo lei le campagne di sensibilizzazione sul ruolo della salvaguardia delle foreste sono sufficienti per scongiurare la loro scomparsa?

Ben vengano le campagne di sensibilizzazione, parlare di un argomento è sempre positivo. Ma occorrerebbero anche delle campagne di educazione, meglio di rieducazione: non è possibile continuare a concepire l'acqua come qualcosa che esce da un rubinetto, il fuoco come qualcosa che si genera girando una manopola, e pensare che le verdure crescano sui banchi dei supermercati, dentro un guscio di polistirolo e plastica. Quello che voglio dire è che dovremmo cercare di recuperare un rapporto più vero e diretto con la Natura, come peraltro l'uomo ha avuto per gran parte della sua storia, e rivalutarne l'importanza e la bellezza. Solo così si genera il rispetto e l'amore per la natura e per gli alberi, che agisce direttamente nelle azioni di comportamento individuale, e che funziona come aggregazione e movente delle azioni collettive di salvaguardia.
Su un piano meno ideale e più pragmatico, sarebbe necessario intervenire alle radici del problema, eliminando le cause della deforestazione. Le quali, pur in un variegato panorama di manifestazioni, si riducono all'avidità, all'ignoranza ed alla noncuranza dell'uomo, al bieco interesse economico che contrappone gli interessi di pochi, in una perfetta ottica capitalista di sfruttamento, ai diritti di tutti.
La capacità creativa della mente umana è qualcosa che mi ha sempre impressionato ed affascinato. Credo che la tecnologia abbia grandi possibilità di risolvere efficacemente parte dei problemi ambientali che affliggono il pianeta. Se sia però in grado di risolvere completamente il problema ambientale questo nessuno è in grado di prevederlo. Così come non è prevedibile quanta capacità di adeguamento abbia la tecnologia nei confronti dell'aumento esponenziale delle criticità ambientali. Nessuno ha neppure, grazie al cielo, provate certezze sul tanto paventato punto di non ritorno.




Terza domanda


L'unione europea ricicla circa il 70% della carta utilizzata, in più l'industria cartaria promuove la salvaguardia delle foreste: per ogni albero tagliato ne vengono piantati tre, cosicché le foreste presenti in Europa sono il 30% in più rispetto agli anni 50. Secondo lei quindi il tema del disboscamento e ancora una minaccia per il nostro pianeta? E se sì, dove sono i luoghi in cui si disboscate senza politiche di pianificazione?

Il dato è esatto per quanto riguarda non solo l'Europa, ma anche il continente Nord americano e la Cina. Mentre in Cina l'incremento delle superfici forestali è dovuto ad enormi campagne di rimboschimento, che hanno interessato milioni di ettari, nel resto del mondo occidentale abbiamo assistito ad una espansione delle foreste, prevalentemente a causa della ricolonizzazione delle estese aree agricole abbandonate. Purtroppo a questo importante dato, fa riscontro una situazione ben diversa a livello planetario. Ogni anno, sono i dati della FAO, sulla terra viene persa una superficie di foreste pari a 50.000 km², soprattutto foreste equatoriali e sub tropicali (Amazzonia, Indonesia Africa equatoriale), che sono le più ricche in biodiversità, le più importanti ai fini della produzione di ossigeno e di mantenimento del clima, e che insieme agli oceani ed alla atmosfera costituiscono i più grandi serbatoi di anidride carbonica del pianeta. E vorrei al proposito ricordare anche l'odissea di tante tribù, amazzoniche ma non solo, sradicate dalle foreste distrutte senza alcun criterio e rispetto. Con la deforestazione, stiamo perdendo una quantità spaventosa non solo di specie animali e vegetali, ma anche di culture antiche, da cui credo avremmo molto da imparare.

Quarta domanda

Secondo lei sarebbe possibile andare avanti nel progresso, limitando i danni al nostro pianeta? Ovvero: pensa che sia possibile generare un'innovazione che sia una nuova sintesi con la natura?

Tra i tanti possibili modelli di sviluppo, ne abbiamo scelto uno che si sta dimostrando insostenibile sia da un punto di vista sociale che ambientale. Non possiamo pensare che un sistema fondato sul consumo infinito, in cui un individuo compra per mantenere la produzione che gli da lavoro, lavoro che gli dà i soldi per comprare, sia la soluzione alla crisi economica. Assolutamente non lo è per la crisi ambientale.
A mio avviso, sarebbe necessaria un'innovazione di tipo culturale, ridisegnare la scala dei nostri valori. Da un lato non è possibile pagare senza battere ciglio € 600 per l'ultimo iphone che chi ti piega in tasca, e sbuffare indispettito quando ci vengono richiesti € 100 per un oggetto artigianale, fatto a mano con conoscenza, abilità e spesa di tempo. Dall'altro, sarebbe opportuno non dimenticarci che le cose più belle della vita sono quelle che non ci costano niente: i tramonti, le albe, i paesaggi, l'amicizia, le chiacchiere con gli amici, il tempo speso a camminare in solitudine. Solo così potremo accettare una decrescita consumistica razionale ed intelligente, che allenti la pressione sulle risorse del pianeta, e permetta il recupero della qualità ambientale.

Quinta domanda

Come sa, gli alberi non hanno un apparato neurale, ma riescono comunque a percepire alcuni stimoli, come quelli luminosi. La percezione, quindi, è il vero parametro che distingue la materia inerte da quella organica. Secondo lei, senza rischiare di cadere nel mondo dell'irrazionale, che accezione possiamo dare alla vita delle piante? Ovvero: rispetto al nostro modo di interpretare la vita, quanto sono vivi gli alberi?

Che gli alberi non siano dotati di nervi e cervello è indubbiamente un dato di fatto. Ma essi sono comunque perfettamente in grado di ricevere stimoli dall'ambiente esterno, di trasmetterli dentro i loro organismi, e di produrre delle risposte efficaci. D'altronde, sono capaci di respirare senza avere polmoni, di far circolare la linfa al proprio interno senza la presenza di una pompa quale è il cuore, di nutrirsi senza un apparato digerente. Il primo a postulare l'esistenza di una sorta si sistema nervoso nelle piante fu Charles Darwin, il padre della teoria evoluzionista, nel 1880. Questo apparato, ovviamente diverso da quello degli animali, si trovava per lui nelle radici. Agli inizi del 1900 un grande fisico bengalese, Chandra Bose (Bose fu il primo ad effettuare una trasmissione efficace di onde radio, quasi un anno prima di Guglielmo Marconi; le sue ricerche nel campo delle onde elettromagnetiche portarono tra l'altro all'invenzione dei diodi) realizzò una serie di rigorosi esperimenti in cui dimostrava come tutti gli organi di tutte le piante fossero sensibili agli stimoli, e reagissero agli stimoli stessi con reazioni del tutto uguali a quelle presentate dai tessuti animali. Noi come uomini abbiamo nei confronti delle piante una serie di preconcetti ingiustificati, siamo abituati a considerarle esseri insensibili ed inanimati, non dotati di movimento; i loro comportamenti ci sembrano semplici automatismi non mediati dalla volontà e dall’intenzione. Nei confronti delle persone, utilizziamo in senso dispregiativo la parola vegetale per definire un individuo che non manifesta alcuna reazione. Nella realtà le piante sono molto reattive, e le loro reazioni sono mediate da una sorta di intelligenza elementare. Anche la loro immobilità è solo apparente, e dovuta alla fretta congenita dell'uomo che non riesce ad apprezzarne i lentissimi movimenti. Se come dici tu la capacità di percepire fosse la barriera tra materia inerte e la materia vivente, gli alberi sarebbero assai più vivi di noi, poiché possiedono, oltre ai cinque sensi degli animali, diversi altri "sensi" in grado di percepire ad esempio la forza di gravità, i campi elettromagnetici, i gradienti di concentrazione dell'acqua e di diversi elementi nutritivi del suolo. Le piante sarebbero anche in grado di comunicare tra loro e con altri organismi, e sarebbero dotate di memoria. Ovviamente, le asserzioni precedenti necessiterebbero, per uscire dall'irrazionale, un’approfondita discussione sui background scientifici che le supportano, ma non mi sembra questa la sede. Di certo negli ultimi decenni le ricerche su questi argomenti si sono ampliate, ed è stata addirittura fondata una nuova disciplina scientifica, quella della Neurobiologia Vegetale. Si intravedono anche affascinanti prospettive di sviluppo tecnologico: poter ottenere in tempo reale dalle piante informazioni sulle loro necessità di acqua, luce e nutrimento porterebbe grande sviluppo al settore dell'agricoltura.
Io credo che la vita sia unica, che esista un principio elementare che si forgia nell'infinità delle forme viventi, siano esse batteri, piante, animali od uomini. Concludendo, risponderei proprio di sì: gli alberi sono vivi come noi e come il nostro cane; gli alberi sono ben vivi, dietro la loro apparente immobilità ed immutabilità.

La ringrazio per aver risposto in maniera così esaustiva alle mie domande. La mia speranza è che il suo sapere sia fonte d’ispirazione per i lettori del blog di Andrea Tasselli, e che il tempo speso per scrivere queste parole possa essere utilizzato dai nostri lettori per divulgare in maniera professionale il senso e l’importanza di tutte le specie vegetali.

giovedì 29 maggio 2014

Al di sopra della ragione


L’intuizione che mi ha condotto a produrre questo ragionamento, è stata ispirata dall’analisi della mia esperienza. Osservando a fondo le mie idee, infatti, ho potuto osservare la loro sintesi; e, l’autocoscienza che ne è derivata, non ha dovuto far altro che farsi analizzare, studiare, rielaborare e comprendere.

È questo il presupposto da cui intendo partire, per descrivere sinceramente il contenuto delle mie ipotesi.

La razionalità scientifica è l’ambita vetta di una coscienza positivista. Coscienza, quest’ultima, rilegata nell’oblio dell’incertezza dalla scienza stessa. L’indeterminazione dei sistemi quanto-meccanici, infatti, ha mostrato al di là di ogni ragionevole dubbio, che ogni componente della realtà, nella sua struttura sub-atomica, è composta da elementi privi di determinazione e privi di una realtà elementare solida. La nascita delle geometrie non-euclidee, la relatività della struttura spazio-temporale e molte altre rivoluzioni scientifiche del XX secolo, inoltre, hanno contribuito al crollo del positivismo e del determinismo, aprendo la strada ad un palcoscenico pressoché infinito di possibilità.

Il mio obiettivo, dunque, non è quello di infondere dottrine positiviste, meccaniciste, realiste o deterministe, ma piuttosto quello di infondere la prospettiva di una nuova corrente di pensiero, che sarà chiamata (nelle pagine che seguono): fiducismo.

Fiducismo, nel senso di fiducia nel proprio pensiero. Ma non come rimasuglio di una vaga serie di intuizioni, messe in fila da una logica incompleta o addirittura assente. Ma come fiducia nella propria estensione alle leggi della ragione. Fiducia nella completezza del panorama scientifico moderno, e nella sua rielaborazione mentale finalizzata al sopraelevamento delle idee della ragione.

Essere fiducisti, dunque, significa avere come unico dogma la certezza scientifica, ma con la possibilità di oltrepassare quest’ultima per rifugiarsi in meandri di conoscenza ancora più aurei, e con il solo paletto di formulare tutte le ipotesi tramite una logica e una razionalità assoluta.

Per entrare nel concreto, e dunque, per rendere pratiche parole che assomigliano a chiacchere insensate, analizziamo questo esempio.

Mettiamo di dover dimostrare ad un interlocutore la ragionevolezza della teoria dell’evoluzione della specie. Non potremo utilizzare il grande vantaggio della prova sperimentale, in quanto la complessità della teoria e la sua struttura composta da diversi elementi, la rende impossibile da dimostrare in toto.

L’unico modo per far fronte a questa incombenza, è manifestare la fiducia nell’assolutezza della logica su cui si fonda la teoria. La fiducia nella logica scientifica e nell’osservazione della propria esperienza. Un fiducista, dunque, deve diventare l’attendibilità della fonte da cui ottiene le informazioni, ovvero la propria struttura celebrale. Deve essere il dato da cui si estrare l’ipotesi per le proprie risposte, e deve essere esso stesso l’analista della propria esperienza, che a sua volta verrà analizzata dall’interlocutore.

La sregolatezza dei sensi



Si chiama Feynman e lui rappresenta la mia “ragione”. Si chiama Bukowski e lui rappresenta le mie “emozioni”. Ma facciamo un passo indietro.
Erano gli anni ’50 e nasceva la “Beat generation”, con la sua benzedrina e con la sua prorompente cultura letteraria. Erano passati sotto l’influenza di Bukowski, del male di vivere e del totale rinnego per i più basilari valori morali dell’essere umano; fino ad arrivare a nuovi risvegli intellettuali, con logiche e correnti di pensiero tipiche di nuovo presenti (anche se in balia di nuovi isterismi generazionali).
Nel 1965 nascevano i “The Doors”, con il loro rock, blues, jazz e psichedelica inimitabile. Si formava così uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi: Jim Morrison, morto a ventisette anni tra eroina e alcol. Discutibile, certo, ma in grado di fare poesia come nessuno aveva mai osato: “Ora giunge la notte con le sue legioni purpuree/ Tornate alle vostre tende e ai vostri sogni/ Domani entreremo nella città della mia nascita/ Voglio essere pronto” e affermava:  “Se la mia poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente”. 

Poi c’era Andy Warhol con il suo studio carico di erotismo quasi perverso, ma con la capacità quasi magica di portare sotto gli occhi di tutti questioni di enorme carico culturale. L’artista che ha venduto l’arte come fosse in un supermercato. L’uomo che ha colorato una sedia elettrica, e che ha reso la zuppa Campbell’s la scatoletta più riprodotta del mondo.
Poi ci sono stati gli Hippy, di cui molti dei citati hanno fatto parte o ne hanno preso spunto. Gli Hippy che si sono opposti ad una guerra ingiusta e insensata come quella del Vietnam, e che hanno portato enormi influenze culturale anche in ambito scientifico, aprendo la strada alla criptografia quantistica ( operiamo operazioni finanziarie sicure proprio grazie a loro!). Gli stessi, inoltre, che hanno buttato lì un concetto semplice, ma alla fine carico di tutto il significato del mondo: peace & love. Cavolo, cosa c’è di più chiaro di questo? Pace e amore, punto. Non serve altro. Che poi si può dire che è da fricchettoni, ma alla fine loro se ne stavano nella propria terra a fare l’amore, mentre i poveri militari al fronte morivano sotto gli attacchi dei Viet Cong (per inciso: quest’ultimi cercavano solo di difendersi).

Ma non è finita qui.
Erano gli anni ’70 e Patti Smith cantava “Jesus died for somebody's sins but not mine. Melting in a pot of thieves wild card up my sleeve. Thick heart of stone, my sins my own they belong to me. Me”, aprendo definitivamente la strada al Punk e alla follia generazionale.

C’era Allen Ginsberg, comunista, omosessuale, buddhista e tossicodipendente, ma in grado di costruire il punto focale di un movimento che cambiò per sempre il modo di pensare dei giovani intellettuali d’America.
C’era John Lennon che cantava “Imagine” e Bob Dylan con “Like a Rolling Stone”. C’erano poi i veri The Rolling Stone, i The Queen, i The Beatles, Elvis Presley, Jimi Hendrix, Bob Marley ecc ecc.

C’era un mondo che cambiava; prospettive che ruotavano; c’era l’esaltazione dei sensi, l’aspirazione all’individualità al benessere personale e alla immortalità della propria anima. C’era un mondo sempre più terreno. E la scienza non faceva altro che seguire questa strada.
Inizialmente il positivismo era crollato come un castello di carta: la relatività di spazio e tempo, l’indeterminazione quantistica e l’avvento delle geometrie non euclidee, avevano messo in luce la natura assolutamente non deterministica della natura.

La scienza, però, si adattava benissimo a questa nuova osservazione della realtà. Il mondo sub atomico era indeterminato? Dov’era il problema? Bastava dare un nome al principio e poi funzionava tutto.
Però la fiducia nella scienza stessa, cominciava a vacillare. Senza un mondo meccanico, infatti, come si poteva immaginare di far parte di un disegno assolutamente razionale e privo di un influenza divina?

Con il tempo, poi, le cose sono cambiate. Il nuovo approccio intellettuale delle generazioni giovani, interagivano perfettamente con questo nuovo palcoscenico intellettuale: il mondo è indeterminato, psichedelico, meraviglioso e soprattutto non è eterno.
Io ritrovo in me la carica emotiva di tutti questi grandi poeti, artisti e cantanti. A differenza di loro, però, ritrovo in me anche l’assoluta razionalità di Feynman e il suo bisogno di capire come diavolo funziona questo mondo. Quindi per me esiste la bellezza, esistono emozioni fortissime, esiste la bontà, l’affetto, ma esiste ancor prima la voglia di esercitare la propria libertà intellettuale, religiosa e metafisica. Io penso che nessuno abbia il diritto di decretare ciò che è giusto o che è sbagliato, all’interno della soglia dell’oggettività e del buon senso.

Siamo noi a decidere chi vogliamo amare, che sia uomo o donna. Siamo noi a decidere cosa vogliamo dalla nostra vita, che sia sballo, ricerca del piacere, esaltazione della propria personalità, oppure solo valori, giustizia e libertà. E siamo noi i soli a decidere qual è la nostra logica intellettuale.
In fondo, dunque, credo in certi valori e non sono certo d’accordo sul fatto di utilizzare la benzedrina per esaltare le mie percezioni, ma se devo essere sincero tal volta mi sento libero da legami intellettualmente labili, che mi costringono a non ampliare il mio punto di vista. Io, dopotutto, aspiro anche alla comprensione; soprattutto di me stesso.

Ma che sia chiaro: comprensione non significa perdono, mai.

lunedì 7 aprile 2014

Arriverà il momento..



Arriverà il momento in cui la vista si appannerà. In cui le nostre ossa saranno più fragili. Arriverà il momento in cui il nostro fiato diventerà più leggero, e il momento in cui la nostra pelle sarà avvizzita. 

Arriverà il momento in cui la nostra vita si spegnerà, come un soffio di vento che piano piano si diluisce nell'aria. 

Il sole non illuminerà più la nostra pelle e il mare non accarezzerà più il nostro cuore. I nostri baci non faranno più parte di questo mondo e non faremo più l'amore. 

Allora, ogni volta che penso al senso della vita, mi chiedo il perché di tutto questo. 

Perché decidiamo di procreare, quando sappiamo già che ogni nuova vita è destinata a finire? Dio per molti è la soluzione: resurrezione eterna, pace dei sensi e tutto il resto. 
Ma per quelli come me, per gli uomini di scienza, tutto questo non esiste. Esiste solo il mondo, con i suoi dolori e le sue gioie. 

La mia risposta è questa. 

Esiste un istante, chiamato presente, in cui tutto quello che sei per un attimo diventa eterno. Esiste il momento in cui un operaio si sveglia alle sei per andare a lavorare. L'istante in cui una ragazza dà il primo bacio ad un ragazzo. L'istante in cui incroci lo sguardo della persona della tua vita. L'attimo in cui fai l'amore con la ragazza che ami, e il momento in cui la tua felicità riempie ogni attimo del tuo tempo. 

È quando il sole ti travolge e l'amore colpisce ogni parte dei tuoi sensi, che il senso della vita ti si manifesta davanti. È la speranza di dilapidare la tua gioia, che ti permette di scavalcare il male di vivere e la paura della morte.

La potenza delle cose in sala parto, o una passeggiata in riva al mare. Il vento che accarezza la tua pelle, o il profumo della primavera quando stai striato su un parco ad ascoltare il mondo che passa. La colazione nell'albergo delle tue vacanze, o il corpo di lei che si riempie di fuoco quando ti guarda. Il fuoco sacro della potenza delle cose, mentre aspetti che la felicità si faccia avanti. Il dolore di una notizia e la sofferenza di una scoperta. L'infinito nell'istante in cui fai l'amore e il dolce sguardo di un incontro segreto. 

La vita vale la pena di essere vissuta, perché la vita non è la morte. 

Se siamo qui, e se i nostri corpi si infiammano ogni volta che sfioriamo il corpo di lei o di lui, è perché l'amore fa parte del mondo. 

Illogico, irrazionale e egoista. L'amore ci travolge, e fintanto che l'ossigeno riempirà i nostri polmoni, allora possiamo dire di esserci. Il dopo non conta. Conta il presente e la passione che ci spinge ad andare avanti. 

La morte non fa parte della vita, per questo non mi fa più paura.

lunedì 30 dicembre 2013

Sperimentazione animale: una questione di coerenza




“Centinaia di milioni di individui, dalla prima infanzia all’età adulta e senile, devono non soltanto la vita, ma l’attenuazione di atroci sofferenze, ai risultati conseguiti nella sperimentazione animale.” Così scriveva Rita Levi-Montalcini nel suo libro: “Abbi il coraggio di conoscere”, titolo che da solo denuncia la mancanza di sapere scientifico nella cultura media italiana.

Abbi il coraggio di conoscere, non è solo un’affermazione profetica, ma un vero e proprio richiamo alla necessità di andare oltre alle apparenze e a superare i pregiudizi spesso dettati dal falso buonismo. 
I ricercatori e gli scienziati di tutto il mondo, non sono folli aspiranti alchemici in cerca della pietra filosofale, ma sono il motore dell’innovazione e dell’evoluzione tecnologica del genere umano. In essi è custodita la chiave per uno sviluppo sostenibile della nostra specie. La comunità scientifica non ha lo scopo di generare male e sofferenza, ma piuttosto quello di migliorare le condizioni di vita di ogni essere umano. Dalla ricerca, infatti, nascono tutte quelle innovazioni (e di conseguenza prodotti), che ogni giorno migliorano i nostri standard di vita.
Prima della nascita di Galileo, la mancanza del metodo scientifico generava follie e superstizioni in grado di distruggere completamente la consapevolezza degli individui. Ogni intuizione, per quanto assurda, non aveva un metro di giudizio sulla quale essere giudicata, e spesso i potenti generavano isterismi e follie generalizzate (vedi caccia alle streghe e affini).
Adesso esiste la scienza e il suo metodo inderogabile, ed è solo grazie ad esso se le persone possono curarsi in ospedale e non morire per malattie che un tempo dimezzavano la popolazione umana.
Quindi il punto è: quanti di coloro che sono contrari alla sperimentazione animale, sono coerenti con le proprie scelte?
La sperimentazione animale in vivo rimane il solo metodo che, in connubio con quella in vitro e in silicio, può produrre strategie terapeutiche efficaci.

Curarsi con i farmaci, quindi, è già una presa di posizione nei confronti di questa sperimentazione. La coerenza di decidere di non curarsi, quindi, penso che manchi alla maggior parte dei fondamentalisti animalisti contrari a queste tecniche. Sì, perché è di fondamentalismo che stiamo parlando. Nessuno, infatti, esclude la necessità di regolamentare * e di mitigare il più possibile il dolore e le sofferenze di questi animali, ma da lì ad abolire una pratica necessaria, ci passa il mare di mezzo.

Io spesso mi faccio questa domanda: sacrificheresti la vita di un batterio per quella di un bambino?

La risposta è certamente sempre affermativa, e spero che lo sia per tutte le persone dotate di coscienza. Ma estendendo l’argomento a confini meno netti di complessità biologica, la questione a mio avviso non cambia. Così come l’essere umano ha un livello di complessità superiore a quella di un batterio, lo ha anche rispetto a tutte le altre specie. Dal momento in cui si considera la vita di un bambino in un gradino più alto rispetto a quella di un batterio, lo si fa anche per tutti gli altri animali. E quando si cercano risposte concrete alle cure di malattie come quella di Caterina, la ragazza che difende la sperimentazione animale, io non posso dire di essere contrario.
L’essere umano, in fondo, è solo l’ultimo anello della catena evolutiva che in milioni di anni ha generato strutture viventi sempre più complesse e raffinate.

La nostra complessità biologica, quindi, è semplicemente la più evoluta e complessa del regno animale. Abbiamo maggiore consapevolezza, capacità di distinguere il bene dal male, attitudine a provare sentimenti, ecc., rispetto a tutte le altre specie. Dal mio punto di vista, quindi, nonostante sia consapevole dei sacrifici che altri esseri viventi debbono fare, considero la sperimentazione animale come un giusto metodo per migliorare la condizione di tutte quelle persone che nel mondo stanno soffrendo.
È una questione di complessità, tutto qui.

*Da qualche decennio in Italia, sono in vigore regolamentazioni ispirare a principi etici.